Archivio per aprile 2011|archivio pagina mensile

Every colour you are

Il primo a lasciarmi è stato il rosso, fedele compagno di magliette infantili dall’inconfondibile aroma di cane bagnato. Stavo bene con il rosso, si intonava al colore dei capelli. Ma quando ho fatto il liceo, il rosso non era di moda, anzi. Così, come tutti gli adolescenti facilmente influenzabili, smisi di vestirmi di quel colore. Probabilmente lui si è offeso. È un po’ che non lo vedo, in effetti.

Poi è stata la volta del grigio, quello tecnico dei materiali sportivi della fine degli anni ‘80. Mi piaceva, faceva molto Fragole e Sangue. Solo che a un certo punto, con i pantaloni della tuta presi a somigliare a un giovane adulto affetto da precoce pinguedine. Senza contare poi l’effetto percolato delle chiazze scure di sudore.

Venne il turno del blu, il colore in cui mi rifugiavo se volevo darmi un certo tono. Un giorno, durante una riunione, mi resi conto di sembrare un pensionato delle fonderie. Per carità, massimo rispetto per i pensionati delle fonderie. Ma avevo solo 30 anni.

Non mi restava che il nero. All’inizio era molto cool, molto Armani style: solo che l’effetto avvoltoio era dietro l’angolo.

Ora, la notte, i miei peggiori incubi mi inseguono vestiti di beige.

Fenomenologia del maestro, II

Da giovani sono sempre bellissimi. Scivolano leggeri sulle piste per finire direttamente tra le braccia di ragazze adoranti o signore di gran classe. Vestono con irritante eleganza indumenti che rendono invece i comuni mortali simili a migranti approdati per caso su una pista da sci.

Hanno occhiali a specchio, così non vedi mai i loro occhi. Ma non è maleducazione, è mistero.

Quando parlano qualcosa si incrina, nel disegno della perfezione sciistica. Un accento marcato, un tono di voce troppo elevato. Magari anche una battuta in dialetto.

Così inizi a dubitare, ma intanto rotoli a valle privo di stile.

Passano gli anni, tu li immagini sempre uguali, perfetti e irraggiungibili. Ma anche loro invecchiano: perdono i capelli, per esempio. E quando questo non succede la loro capigliatura diventa stopposa e unticcia, proprio come la tua. Non ingrassano – questo no – però tute e giacche a vento non stanno più in quel modo così perfetto, così aderente.

Si stancano e crollano sulle panche di legno dello chalet. Hanno il doppio mento.

Dio esiste, a 2700 metri di quota.

Serie B

È una pizzeria e dunque c’è la tv appesa al muro. E la partita di calcio. Serie B, perché è lunedì sera.

Alta definizione per 22 onesti lavoratori, dunque.

Sotto la pioggia sottile, l’intero campionario: tatuaggi, capigliature bizzarre, vistose simulazioni, assoluta mancanza di sportività. C’è il mediano di origine africana, gran fisico e piedi granitici. Il talentuoso sudamericano, tutto sregolatezza perché il genio chissà dove l’ha lasciato. Forse a San Miguel de Tucumán o Las Piedras. E poi slavi nervosi, segaligni e con i denti affilati. Anziani pedalatori nostrani pieni di gel nei capelli. Un guardialinee donna, con una bella coda di cavallo che si agita nella corsa.

C’è questo ragazzo, con i segni dell’acne ancora ben visibili. Un destino da promessa, se riuscirà a conservare i legamenti. Non so in quale ruolo giochi precisamente. Ma corre. Corre sempre. Parte da centrocampo, a volte addirittura dalla difesa e arriva al fondo, che abbia la palla o che non ce l’abbia. La palla è un optional. Poi cerca di fare un cross, un traversone, la butta in mezzo, insomma. Se sbaglia, si mette le mani nei capelli, se a sbagliare sono i compagni, applaude teatralmente e poi ripiega coscienziosamente. Forse ho capito: fa l’ala sinistra, quella che quando guardi la partita in tv sta sempre nella più lontana del campo, tanto che a volte non si capisce bene che cosa succeda laggiù. Il ragazzo intanto è lì che corre di nuovo.

Alla fine della partita andrà sotto la doccia. Forse addirittura prima della fine, se l’allenatore avrà bisogno di maggiore copertura, come sta dicendo il telecronista. Andrà a casa, probabilmente un residence. Lui è arrivato qui a gennaio, in prestito in questa oscura squadra del sud. Forse arriva da Bergamo, dove i suoi genitori abitano in una villetta a schiera lungo la statale. Magari prima andrà a mangiare in qualche ristorante del centro e starà al cellulare tutto il tempo. Con sua madre, con la sua ragazza, con il suo procuratore. Cercherà di capire se il prossimo anno dovrà continuare a correre su e giù per questo campo sabbioso, con l’odore del mare che arriva insieme alle urla dei tifosi.

Ma in fondo, cosa gliene frega. Lui ha il SUV.

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