Il passato è un piano di ammortamento

Quest’estate leggevo l’incipit de Il capitale umano di Stephen Amidon.

La solita scena di dialogo all’americana, piena di messaggi non verbali e rumore di jet sullo sfondo. Il protagonista è un immobiliarista in difficoltà, anzi in piena crisi economica e familiare. Di fronte a lui, un cliente nervoso per ritardi in alcuni pagamenti che non mi sono dato briga di approfondire, anche perché ho smesso quasi subito di leggere.

Ho smesso di leggere perché mi sono messo a pensare alla genìa degli immobiliaristi, anzi no, a quella dei consulenti finanziari. Ho pensato che la mia generazione non ha il privilegio di avere un proprio consulente finanziario, perché la cosa presupporrebbe il possesso di un marxiano surplus da investire in cose che non siano il latte per la colazione del giorno dopo, i calzini bassi – i fantasmini – da mettere d’estate e un sacco di terra per far piantare alla mia amatissima fidanzata i gerani sul balcone.

Ed è un peccato. Un vero peccato. Perché io me lo ricordo uno di questi signori. Veniva a trovare i miei genitori una volta al mese, possibilmente di mercoledì. Mio padre doveva rivestirsi e io me ne andavo in camera a fare immancabilmente una versione di latino. Arrivava dopo cena. Alto, con i baffi, l’aspetto elegante. In realtà – adesso che ci penso – era grigio, impolverato, con un aspetto tipicamente da mezze maniche. E con un inguardabile accostamento fra camicia e cravatta. Ma allora mi sembrava tutto eleganza e puro disinteresse. Arrivava e metteva sul tavolo della cucina opuscoli, stampati con piani di ammortamento, prodotti finanziari – da poco avevano iniziato a chiamarsi così – con nomi rassicuranti e patinati.

Era, il soggetto in questione, un bancario in fuga. Uno di quelli che pioneristicamente avevano lasciato il posto in banca alla ricerca di una nuova professione. Oppure era solo uno delle prime vittime della riduzione degli organici e del mobbing nel settore bancario, vallo a sapere. Mio padre apriva una bottiglia di vino e stavano lì a parlare, apparentemente del più e del meno. Credo anche che mia madre facesse un po’ la civetta, ma non ne sono sicuro.

Il tutto mi dava un senso di sicurezza, come se fossero venuti a imbottire di velluto rosso tutte le stanze della casa. Il futuro si prospettava magnifico: tutti sembravano sapere che cosa fare, quando farlo e soprattutto perché.

Qualche anno dopo ho chiesto a mio padre che fine avesse fatto l’individuo e lui, con il suo tradizionale modo di raccontarmi bugie, ha borbottato qualche parola disarticolata e si è messo le dita nel naso, segno indiscutibile di disagio. Evidentemente – da qualche parte nel tempo e nello spazio – anche mio padre aveva atteso nervosamente risposte sui suoi investimenti.

Inutile dire che i miei genitori ora non vivono di rendita. E nemmeno io, del resto.

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5 comments so far

  1. nastja on

    insomma non saremo mai benestanti ? non avremo mai la macchina grossa ? la villa in campagna ? l’abbonamento trimestrale agli stabilimenti del mare, quelli con la pubblicità del collirio (c’era sempre)? il portagatto di Louis Vuitton?
    che sfiga.

    • tokyoblues on

      No. Solo, non avremo i baffi, perché a me non crescono.
      Non so a te…

      • nastja on

        ma donna baffuta non era sempre piaciuta ?

      • tokyoblues on

        In effetti, anche se adesso va di moda il depilato…

  2. cinzia costarelli on

    Hai riportato alla memoria scene viste anche a casa mia..con una piccola differenza:chi pensava al futuro in casa mia era mia madre,perciò l’omino parlava sempre con lei quando mio padre non c’era. Il risultato ? lo stesso.. e papà non ne ha mai saputo niente ,a lui bastava che lo lasciassero in pace in bocciofila con gli amici..


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