Un cono da mille lire

Qualche settimana fa sono andato in una vecchia gelateria, in un quartiere periferico, non bello, non brutto. Un posto qualunque, insomma.

Uno di quei locali che erano in gran voga negli anni ‘70 e ’80, prima che le divisioni corazzate dei pistacchi di Bronte risalissero il paese e la vaniglia del Madagascar si imbarcasse su mercantili liberiani in direzione dei portici sabaudi… in ogni caso, il gelato non era granché: umido, granuloso, la cialda troppo secca.

Ma non è questo il punto.

Il punto è che mi sono ricordato di ciò che accadde un folle giorno, in quella stessa gelateria. Forse me lo ricordo solo io, perché forse c’ero solo io. Ma non sono poi tanto sicuro, anche se sono molti i ricordi in cui ci sono solo io.

Di fronte c’era una piazza, e dei palazzi. E vie, che conoscevo già bene.

E ho pensato che non si dovrebbe mai permettere alle vicende della vita di colpirti troppo in basso, di prenderti e lanciarti in un universo parallelo così, in un pomeriggio qualsiasi.

Un universo dove sì, il gelato è più buono, più naturale, più ricercato. Ma la tua lingua non riconosce i gusti, perché non c’è sapore che valga la pena di conoscere.

E se poi ti capita di tornare dal tuo viaggio siderale potresti anche considerarti fortunato.

Basta che non ti venga in mente di prendere un gelato.

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