Child in time

La scena è consueta. Nugoli di persone sciamano dentro un centro commerciale, un sabato mattino prima di Natale. C’è folla, ma mi aspettavo di peggio. Ci aggiriamo tra la gente, anzi, noi siamo la gente, quindi affolliamo ciò che si può affollare. Dagli altoparlanti fuoriesce musica natalizia, gentili signorine vogliono farmi parlare a prezzo modico con la Romania, molti giocattoli hanno l’aspetto assolutamente inutile, le luminarie in vendita sono ancora più tristi dei loro probabili acquirenti.

All’improvviso la musica cambia: rumore di organi, una voce che mi sembra di conoscere, l’organo Hammond inizia a salire maestoso, decisamente fuori moda. Child in Time. Deep Purple.

Alzo gli occhi, osservo la gente accalcarsi. Sembra di essere dentro un film del cugino sfigato di Godfrey Reggio. La voce acuta di Ian Gillan non è il pianoforte di Philip Glass e l’effetto non è quello parossistico di Koyaanisqatsi; qui sembra piuttosto di andare al rallentatore. Ma nessun effetto Matrix, una cosa più scadente, da film di serie B anni ottanta. Fa niente, qui siamo in periferia, non possiamo pretendere.

Di colpo la musica si interrompe: qualche rumore, un tramestio e poi la musica da renne ricomincia. Tutti riprendono a camminare a velocità normale.

Vado verso lo scaffale dei cereali: devo stare più attento a quello che mangio al mattino.

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