Il piazzale delle pesche

Ero preparato, pronto al doppio tuffo carpiato all’indietro. Cesare Pavese, la Divina Commedia, i moti del 1848, la teoria della deriva dei continenti, gli esistenzialisti. Il mattino dello scritto di italiano ero tranquillo, forse perché stavo già pensando con terrore al giorno successivo, allo scritto di matematica. C’è solo un sogno che mi capita di fare e di ricordare, ancora oggi: quello di dover ridare lo scritto di matematica, appunto.

Quel giorno però era diverso, era la mia giornata, quella in cui sparare alto per compensare il probabile disastro dell’indomani. C’era un bel sole e tutti stavamo sulle scale, ad aspettare. Ci fecero entrare e sedere sui banchi disposti in lunghe file nel corridoio all’ultimo piano. Seduto davanti a me c’era Guido, bellissimo e preciso. A destra, Marco, forse in uno dei suoi ultimi giorni di virtù totale. Dietro c’era Luciana (che però si faceva chiamare Valentina, ma erano gli anni ottanta…), con le sue tette durissime che spingevano la camicetta bianca. Io, accanto alla finestra.

Distribuirono le tracce dei temi, passai almeno un’ora a decidere quale fare. Intanto, guardavo fuori, da quell’altezza si poteva scorgere una parte del vecchio mercato ortofrutticolo all’ingrosso. Si vedeva bene un piazzale, pieno di rimorchi carichi di cassette. I trattori passavano rumorosi, lasciando una scia nerastra di fumo. Agganciavano uno dei carri e lo portavano via. Conoscevo quel posto, era il piazzale delle pesche. Ci avevo passato qualche mese, in estate, a caricare e scaricare cassette, al mattino presto.  Scaricare le pesche è un mestiere infido. Sembra facile perché le cassette sono leggere, ma dopo un po’ il sudore si mescola con la polvere sottile e pelosa che ricopre i frutti. Tutt’intorno la temperatura sale, si inizia ad aver voglia di grattarsi, ma non puoi fermarti, perché si interromperebbe la catena. E allora ecco che il lavoro semplice diventa un piccolo supplizio. Capitava così anche con le albicocche. E in inverno, con i carciofi, che pungevano le gambe, se commettevi l’errore di appoggiarvi la cassetta.

Ma era divertente. Era divertente perché sapevi che dopo quel mese passato a scaricare cassette avevi abbastanza soldi per le vacanze, per cambiare la marmitta al Ciao, per comprarti un disco o un libro. E per ammazzarti di gelato, la sera.

Il tema andò bene. Il compito di matematica malissimo. Presi la maturità. Partii per il militare. Cose così, insomma.

Sul piazzale delle pesche adesso ci hanno tirato su il villaggio olimpico e c’è pure un grande arco colorato di metallo. Si vede anche dalla finestra del mio ufficio.

Manca solo la fila dei banchi e i miei compagni di classe intorno.

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2 comments so far

  1. alessandra on

    Anch’io ricordo quel giorno. Erano alcuni anni prima.
    Quattro possibilità per certificare la mia maturità.
    Io non ricordo chi avevo intorno o forse non voglio ricordare. Ricordo però com’ero vestita: jeans e maglietta blu, capelli arruffati e occhialetti tondi.
    Anche per me il tema d’italiano rappresentava l’unica certezza. Matematica: stesse opposte probabilità algebriche di successo.
    Ma non c’era il piazzale delle pesche, ma il giardino sobrio ed austero con i vialetti di ghiaina calcarea del carso e le panchine di marmo. Sapevo che non avrei più respirato quell’aria dal profumo di legno maturo e pane appena sfornato, che nessuno di loro mi avrebbe accompagnato nel mio futuro
    Forse eravamo nella palestra, chissà…
    Ancora oggi quando sento il profumo del pane appena sfornato ricordo “..quel giorno più non vi leggemmo avante..”

  2. […] Il piazzale delle pesche, di Marco […]


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