Confutatis maledictis

L’altra sera stavo ascoltando un concerto.

Ero in uno di quei posti storicamente dedicati alla musica, qui in città. Un posto dove non tornavo da vent’anni: c’erano le stesse facce dell’ultima volta. I giovani erano sempre un miscuglio di campi scout, camminate in montagna e letture fondamentali. Le ragazze sembravano ancora incerte se perdere la verginità con i loro accompagnatori, dai baffetti molli e i maglioni fatti a mano. Le coppie di mezz’età erano eleganti, ma non troppo. Da qualche parte c’era sicuramente un appartamento a Bardonecchia. O ad Alassio.  Un piccolo gruppo di signore anziane si faceva aria, guardandosi attorno.

Ero seduto in alto. Fa sempre un caldo infernale lassù. Ero seduto accanto a un signore di una certa età. Uno di quei signori anziani eleganti. Uno di quelli che uno pensa – quando li vede – “ecco magari quando toccherà a me, mi piacerebbe essere così, alto, magro, con tutti i capelli in testa“. Indossava una giacca semplice, sotto portava un bel maglioncino a V azzurro.

Muoveva piano le mani, a tempo di musica. Erano mani grandi e nodose. Di tanto in tanto, accendeva una minuscola lampadina e seguiva sul libretto il testo. Non portava occhiali ed era solo.

Non si è mai alzato, nemmeno nell’intervallo, per andare – che so – in bagno.

A me invece, nel bel mezzo del Dies Irae, scappava da pisciare.

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