Uomini e piccioni

Stavo accompagnando a scuola un bambino a cui sono molto affezionato. Eravamo quasi arrivati al garage, dovevamo soltanto attraversare la solita piccola piazza. Lì, in mezzo ai piccioni, tre ragazzi di colore si stavano azzuffando. Erano aggrovigliati, uno nell’altro. Si muovevano tutti insieme, nel silenzio più assoluto. C’era violenza, ma anche teatro. Disperazione, ma anche eleganza. E antropologia. A vederli così, avremmo potuto anche essere in Congo o in qualche scontro tribale fra Tutsi e Hutu. In ogni caso, se le stavano dando di santa ragione.

Di là della strada, di fronte alla chiesa, il parroco li guardava senza interesse. Il dipendente comunale che stava irrigando le aiuole li osservava con lo stessa vacua attenzione con cui legge il quotidiano sportivo al bar, sillabando piano le parole. Gli uomini dell’immondizia ridevano, parlando negli auricolari dei loro cellulari nascosti sotto i giubbotti gialli.

Il bambino che era con me ha guardato un po’ i tre ragazzi dimenarsi poi ha cercato la mia mano. Se ne è stato lì un po’ pensieroso poi ha esclamato: “i piccioni però non erano nemmeno spaventati“.

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