Velociste romane

Era giugno e faceva un gran caldo. Enrico Berlinguer era appena impallidito a morte. Io leggevo Herman Hesse, ascoltando i Talk Talk.

Pensavo di essere nella squadra sbagliata: un giovane piemontese nella rappresentativa del Lazio. Un oriundo, quasi. Per la verità io non ero granché in pista. Correvo questo sì, ma ero l’equivalente di un portatore d’acqua. Mancavano centimetri e i piedi erano quello che erano. Ci mettevo la determinazione dell’adolescente, più che altro.

Le velociste, loro sì che correvano. Leggere, abbronzate. Bellissime. Ti passavano accanto con un fruscio, lasciandoti lì con un vago profumo di erba appena tagliata. E poi – ma solo dopo un po’ – il rumore di qualche braccialetto che si allontanava. Cuoio e perline, nel pomeriggio.

La sera, sulla spiaggia, tutti parlavano a voce alta. Le parole passavano rapide in una lingua segreta che io non capivo.

Stavo lì, a scrutare quei denti bianchissimi muoversi nel buio.

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