Fenomenologia del maestro, I

Io me li ricordo i maestri di tennis, alla fine degli anni settanta. Mica avevano quei fisici scolpiti che adesso vedi sul satellite. No, allora vedevi due gambette pelose uscire dai pantaloncini Sergio Tacchini, quelli azzurri con il bordo blu scuro, e ti chiedevi: “Ma com’è che hanno così successo con le donne?”. A dire il vero, per un lungo periodo, ho pensato che la cosa dipendesse dal deodorante, alcuni di loro facevano direttamente il bagno nel Brut 33, quello con il flacone verde e la pubblicità di Adriano Panatta pingue e accosciato. E che la pubblicità del deodorante fosse su Playboy avrebbe già dovuto farmi capire un sacco di cose. Ma che ci volete fare, ero giovane e idealista.

Quasi tutti i maestri poi avevano il capello lungo. Ma non lungo e ribelle. No, curato, curatissimo, quasi dato in appalto a un ente esterno: portavano acconciature terziarizzate. Solo che quelle cofane e quei ciuffi, che prima di ogni servizio andavano sistemati meticolosamente, facevano durare i match intere settimane.

In ogni caso, loro avevano successo con le donne. Io le vedevo le mamme dei miei amici mandare inequivocabili messaggi non verbali: bocche socchiuse, labbra mordicchiate, ciocche di capelli arrotate dietro l’orecchio. Ma lo avrei capito soltanto qualche anno dopo, lì per lì restavo solo vagamente stupito. Erano belle quelle mamme, tutte bionde, con la permanente riccia in testa. La sera, all’aperitivo, bevevano il Mateus Rosé, che poi dopo, quando l’ho visto al supermercato a 2 euro al litro, ci son rimasto male, per dire.

Io una volta ne conoscevo uno di maestro di tennis. Aveva molto successo con le donne, ovviamente. Solo che poi lo hanno beccato con un camper pieno di hashish, vicino a Nizza. Ma quella nel Monferrato, mica quella in Costa Azzurra. Faceva il dentista – diceva – ma poi è venuto fuori che non è che fosse proprio un dentista. E nemmeno un odontotecnico.

Era solo uno a cui piacevano i denti.

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2 comments so far

  1. Paolo on

    Il maestro è nell’anima

  2. alessandra on

    Il mio primo (ed ultimo) maestro di tennis era un pingue baffuto napoletano che insegnava al circolo di Orbassano. Ometto il nome perché potrebbe riconoscersi e spiegare cosí i miei risultati cosí lontani da qualsiasi disciplina che potesse avvicinarsi anche solo minimamente al tennis. Era goffo, si spostava pochissimo sul campo, per non trascinare la sua mole, indubbiamente sbilanciata anteriormente da un innaturale rigonfiamento addominale. Io e la mia amica francese cercavamo di eseguire i suoi cauti “consigli” verbali ma la motivazione non si attivava e l’orgoglio nn si scalfiva.
    Non sapremo mai quale sarebbe stata la nostra performance di allora e futura..se il maestro fosse stato anche solo minimamente, per un dettaglio, vicino allo stereotipo.
    La bianca racchetta ed il copletino bianco e rosa sono invecchiati nell’armadio.


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