A man needs a maid

C’è questo dj alla radio, una di quelle radio che vomitano giovanilismo e rumore. Con una buona dose di qualunquismo, a dirla tutta. C’è questo dj, dicevo, che parla al telefono con gli ascoltatori. Che poi, a pensarci bene, per fare “l’ascoltatore” della radio devi avere un sacco di tempo, per stare li ad ascoltare – appunto – ma soprattutto per cercare di prendere la linea. In ogni caso, il tema della mattinata con gli ascoltatori era il viaggio che ti ha cambiato la vita, quello che è diventato un mito.

Allora, c’è Ivan al telefono: racconta di quando lui, nel 2004 la sua ragazza lo aveva mollato allora lui ha preso la sua Citroen C1 e lui è partito così, senza una meta. Che poi lui si è ritrovato in Ungheria e in Polonia, dove lui si è divertito con delle ragazze biondissime, alte almeno il doppio di quelle italiane. E non ha neppure speso tanto, per dire.

Massimo invece è partito per la Spagna con la sua Golf GTD (nera, eh) in compagnia di tre amici. Era il 1999. Gli aggettivi si sprecano, i sottointesi pure. Del tipo, “si rideva un sacco perché con noi c’era la nostra amica Maria”. Il dj ride, dalla regia fanno grandi cenni di assenso, sembra persino di vedere i puntini di sospensione. Poi Massimo è rimasto senza soldi vicino al confine con il Portogallo. Senza soldi ma sempre con Maria sul sedile del passeggero.

Poi arriva Diego che dice, sì sì dite quel che volete ma io sono partito nel 1984 con la Vespa PE 200, sono arrivato in Calabria, avevo appena dato la maturità. Che ricordi! Che musica! Che viaggio! Mica come oggi.

Poi ho cambiato stazione, era il turno di una mamma che voleva raccontare il viaggio londinese del proprio figlio sedicenne. Quello dove lui probabilmente ha perso la verginità.

E così mi sono chiesto com’è che uno si costruisce un mito. Un mito del proprio passato come un viaggio, per esempio. Forse non è che uno se lo costruisce, piuttosto se lo fa costruire dagli altri, dalla televisione oppure dai produttori di mezzi di trasporto. Poi ho pensato anche che i propri miti personali hanno una scadenza, un po’ come lo yogurt. Durano fino a un certo punto. Beh certo, si possono anche consumare qualche tempo dopo la scadenza segnata sulla confezione, non importa. Ma non è che puoi esagerare.

È che forse uno dovrebbe smetterla di pensare alle cose successe in termini di mito e di storia. Le cose sono cose, stanno lì, sulle librerie e negli armadi. Ogni tanto andrebbero spolverate, per evitare che la polvere le renda eccessivamente importanti, mitiche appunto.

Ecco, ci vorrebbe una colf per tenere sgombra la memoria.

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