La ruota sul marciapiede

Era difficile trovare parcheggio in quella zona. Era un quartiere strano: tutto intorno palazzi alti almeno sette piani e in mezzo, incastrata malamente, un’isola di vecchie case, bassi fabbricati e giardinetti asfittici. Se alzavi la testa forse non ti sentivi come un englishman in New York ma insomma, un po’ di vertigine ti veniva.

C’era un locale in quel quartiere dove le sedie erano di ferro pesantissimo. Ti sedevi e immediatamente ti si ghiacciava il culo. La musica picchiava forte e per entrare ci voleva la tessera. Ci voleva sempre la tessera allora, per fare nightclubbing. Siamo arrivati lì dopo cena o dopo il cinema, adesso non ricordo più. Ho parcheggiato la mia macchina rossa con una ruota sul marciapiede. Siamo entrati e abbiamo bevuto qualcosa. Intanto parlavo, parlavo, parlavo. In effetti credo di aver parlato troppo e – soprattutto – di aver detto un sacco di idiozie. Ma tu eri bella, ragazza mia, avevi i capelli scuri e un profumo semplice che potevo respirare anche di là dal tavolino.

Poi siamo usciti e siamo arrivati alla macchina. Prima di salire mi hai baciato e il tuo profumo è diventato anche un sapore. Siamo andati a casa.

C’era traffico, ci abbiamo messo vent’anni ad arrivare.

Per un 28 febbraio. C’era ancora la DDR.

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