Every colour you are

Il primo a lasciarmi è stato il rosso, fedele compagno di magliette infantili dall’inconfondibile aroma di cane bagnato. Stavo bene con il rosso, si intonava al colore dei capelli. Ma quando ho fatto il liceo, il rosso non era di moda, anzi. Così, come tutti gli adolescenti facilmente influenzabili, smisi di vestirmi di quel colore. Probabilmente lui si è offeso. È un po’ che non lo vedo, in effetti.

Poi è stata la volta del grigio, quello tecnico dei materiali sportivi della fine degli anni ‘80. Mi piaceva, faceva molto Fragole e Sangue. Solo che a un certo punto, con i pantaloni della tuta presi a somigliare a un giovane adulto affetto da precoce pinguedine. Senza contare poi l’effetto percolato delle chiazze scure di sudore.

Venne il turno del blu, il colore in cui mi rifugiavo se volevo darmi un certo tono. Un giorno, durante una riunione, mi resi conto di sembrare un pensionato delle fonderie. Per carità, massimo rispetto per i pensionati delle fonderie. Ma avevo solo 30 anni.

Non mi restava che il nero. All’inizio era molto cool, molto Armani style: solo che l’effetto avvoltoio era dietro l’angolo.

Ora, la notte, i miei peggiori incubi mi inseguono vestiti di beige.

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