30 secondi da un altro pianeta – part IV

Quel giorno portavamo tutti gli occhiali da sole e ci scambiavamo cenni di saluto in silenzio. Eravamo lì, un po’ come quando ci si ritrova tutti al primo matrimonio di un amico. Solo più triste.

Camminavamo lungo il viale. Ti sentivo lì, alla mia destra, ma non volevo voltarmi.

Preferivo pensare ad altro. Alle corse che su quella strada avevo fatto in bicicletta. E poi all’odore dell’asfalto appena steso. La musica delle giostre. Il lucido brillare dei palazzi appena costruiti.

Verso la fine, mi hai chiesto se potevamo bere un caffè. Hai scelto un bar che faceva parte di un altro pezzo della mia vita, un pezzo dove tu non c’eri. Ho parcheggiato una macchina rossa e siamo entrati.

Abbiamo iniziato a parlare. Come al solito, dicevo cose senza senso. Era un periodo senza senso. Tu parlavi poco ed era un silenzio pesante il tuo. Un tempo, il silenzio tra noi era stato leggero, lo si poteva respirare nel pomeriggio pigro della domenica, guardando la città, giù in basso.

Hai iniziato a piangere senza un motivo. Senza un motivo che io potessi capire. Ero io che dovevo urlare e strepitare, era un mio diritto. Poi mi hai accompagnato all’auto: son rimasto lì con la portiera aperta ad aspettare. Tu sei rimasta in silenzio.

Ho messo in moto e sono partito perché il viaggio era lungo.

Potevi almeno aspettarmi per cena.

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