Fill the blanks

Io non sono capace di raccontare le emozioni che le canzoni fanno nascere nelle persone. Un mio amico invece ci riesce benissimo. Ma lui ha la voce profonda e una passione smodata per i distillati. Lui se lo può permettere di dare fastidio a Tom Waits.

L’altra sera stavo viaggiando in auto verso sud. Ero dalle parti di Orbetello, sull’Aurelia. Viaggiavo nel pomeriggio, rispettando – deriso dagli altri automobilisti – i  limiti di velocità. Il mio telefono ha iniziato una sequenza casuale di brani. Lo so: tutti hanno pensato, detto e anche scritto qualcosa sulla misteriosa fascinazione generata dagli algoritmi di Itunes. Quell’alchimia matematica e lisergica che fa infilare al tuo riproduttore sequenze in apparenza perfette, isolate nel loro splendore. Successioni in grado di scaricarti addosso una memoria assoluta. Assonanze tra musica e tempi privati.

Lo hanno già scritto in tanti – dicevo – quindi non sarò certo io a ripeterlo.

L’altra sera però il mio telefono ha infilato in sequenza Love is stonger than death dei the The, Twist in my sobriety di Tanita Tikaram e Sunday dei Cranberries. Che brutte canzoni, ho subito pensato. Poi mi sono chiesto da dove arrivava quel pensiero improvviso. Perché mi sembravano brutte? Se erano lì, presumibilmente le avevo scaricate oppure convertite dai miei CD. Insomma, c’era stato un tempo in cui quelle canzoni mi erano piaciute.

Poi ho capito. Arrivavano da uno di quei periodi della vita un po’ così, dove non accade nulla di particolare. Dove non ci sono persone, non ci sono cose, non ci sono tempi. E quindi nemmeno canzoni.  Uno di quei momenti in cui si cammina molto per le strade innevate, si bevono birre alla bottiglia appoggiati al bancone, si iniziano corsi di giornalismo.

Ma in realtà, quelli sono periodi in cui “siamo tutti in attesa”, come ebbe a dire il mio amico Cesare. Chissà, forse ‘pensiamo’ di essere in attesa di qualcosa.

Un “vuoto instabile” lui lo chiamava, dal bordo di una piscina feriale.

Buona musica, mi verrebbe da dire.

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3 comments so far

  1. monicacamilla on

    godibilissimo. scrivi di un bene, Marco.

  2. angelica on

    Hai ragione, Marco… ci sono musiche, canzoni… come odori: evocano all’istante un momento, un’emozione, una persona, un luogo. A me alcuni brani di periodi dolorosi provocano immediatamente una stretta allo stomaco, altri mi uno struggimento tremendo, altri ancora mi scatenano l’incontrollabile, allegra frenesia di cantarli a squarciagola e in quei casi l’habitat ideale è l’interno della mia micromachine (leggi: Panda)! Non mi ero mai soffermata ad analizzare la ragione per cui una melodia o un testo a distanza di tempo mi sembrano banali, di scarso interesse, e trovo la tua analisi pienamente condivisibile: probabilmente quel brano non è stato contaminato da alcunché di significativo, non ha avuto questo privilegio e questa pesante eredità, è passato fra le gambe alla nostra vita senza impigliarcisi… così ora non ha più nulla da dirci. Ah, dimenticavo: anch’io rispetto i limiti di velocità, noncurante dei nevrastenici che ti abbagliano se non rientri in un picosecondo, anche se stai andando a 130 e c’è il limite dei 130… Ciao, scrivi ancora, è bello leggerti, sempre. Smack, Angelica

  3. maremaremaremare on

    Sei tornato!!!! Che meraviglia!!


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