Balconi

Siamo stati tutti su un balcone a farci fotografare, da piccoli.

Il primo giorno di scuola, con il grembiule e la cartella di cuoio rossa. A Carnevale, vestiti da Zorro o da soldato nordista. Con in braccio nostro fratello neonato, viola di sforzi e raggrinzito come una pagnotta.

Ci siamo stati volentieri, oppure sbuffando in quel modo che ha sempre fatto dire alle mamme: “Eri terribile” oppure “Mai una volta che tu venga bene in fotografia”.

Su quei balconi i pavimenti erano di graniglia colorata, prevaleva il marron; le ringhiere rugginose, di tubi di ferro rotondi, con le saldature così evidenti da sembrare mastice applicato senza cura. In basso c’erano poche auto parcheggiate, da lassù la via sembrava così larga, così infinita. E se sotto casa passava anche un autobus o un tram, avevamo paura che il balcone crollasse, ogni volta che ne passava uno.

Oggi sono andato sul balcone. Mi sono messo lì, come per farmi fotografare di nuovo. Non c’erano fratelli da tenere in braccio, né scuole da iniziare. Il pavimento non era di graniglia ma le piccole mattonelle rosse su cui ho appoggiato i piedi nudi erano calde. C’era l’estate tutt’intorno e facendo attenzione avresti potuto sentire nell’aria la sigla di Tutto il calcio minuto per minuto.

Avevo voglia di un ghiacciolo.

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