La catarsi della baita (american version)

Fateci caso.

Che stiate guardando un film zeppo di grandi attori holywoodiani, di quelli che hanno fatto la storia del cinema, oppure che siate arrivati alla fine dell’ennesimo grande romanzo americano oppure ancora che siate avvinti alla serie tv più di tendenza del momento, di quelle che scatenano dibattiti e gruppi di visione su Internet. Fateci caso: arriva sempre il momento della catarsi nello chalet. Nel lodge o nel cabin, nel vecchio rudere nascosto fra le sequoie, possibilmente in riva a un grande lago dorato. Nella baita, insomma.

Di solito è lui che con una macchina a nolo risale strade umide piene di saliscendi. Il tergicristallo apre uno squarcio nella pioggia. Il clima è per lo più piovoso – no, ha appena smesso di piovere – e se si intravvede la possibilità di un lieto fine, appare anche una luce calda, ancora incerta ma piena di promesse.

Lei è lì, seduta nel patio con una tazza di te in mano, magari su un vecchio dondolo oppure sui gradini di legno. La casa è di legno, ovviamente, fatta di tronchi. C’è sempre molto legno nella catarsi americana. Di solito la casa è il luogo dove è iniziato tutto, oppure dove è iniziata la fine di tutto, oppure ancora è dove sono stati concepiti figli perduti, rapiti nei supermercati o presi a colpi di carabina, in una scuola elementare, di quelle con le sedie basse e i disegni appesi alle pareti.

Lui scende dalla macchina. Non si parlano, più che altro passano il tempo a guardare lontano, tra gli alberi. Prima a destra, poi a sinistra, forse per dissimulare dolore, rimpianto, speranza, gioia. O forse no. In realtà, le cose che vorrebbero dirsi le dicono agli alberi, alla luce che si riflette sul lago, ai piccoli uccelli dai nomi impronunciabili che li osservano curiosi dai rami.

Si guardano e i loro occhi dicono cose che non ci sono nel testo o nel copione.

Poi – ma questo è il grande sogno americano – arriva sempre un caminetto acceso e un vecchio plaid a quadretti.

E lei, ha sempre le efelidi sulle spalle.

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