Ricordi di copertura, I

La vicina stendeva la biancheria in cortile. A quel tempi, si diceva cortile, non giardino. Aveva un cane da caccia, marrone scuro, con un’aria vagamente baffuta. Io gironzolavo spesso da quelle parti, in bicicletta oppure in mutande. Con il pallone in mano e la maglia della Juve. Quella di Chinesinho, che aveva il numero arancione dietro. Il giorno non lo ricordo, ma era l’estate del 1968 e i Pink Floyd non li conoscevo ancora. C’è anche una foto di quel giorno, scattata poche ore prima che tutto ciò accadesse.

La vicina era alle prese con un grande lenzuolo verde e io le stavo fra i piedi.  Avevo qualcosa in mano: mia madre sostiene che fosse una coscia di pollo. Piuttosto improbabile, era tardo pomeriggio e lei era in vacanza da qualche altra parte. Io propendo per un gelato, o almeno per la cialda di un gelato. Il cane è lì vicino, mi annusa, fa per allungare il muso verso la mia mano. Io faccio un movimento improvviso, nel tentativo di scartare ipotetici avversari appesi ai fili della biancheria.

Il cane impazzisce, mi agguanta, mi getta a terra. Sento soltanto un gran rumore. E poi un sapore di polvere. Qualcosa, qualcuno mi strappa via e inizia a correre sulla salita che portava in paese. Vedo passare giovani alberi a intervalli regolari. C’è puzza di pesce, arriva da una fabbrica lì vicino.

Poi tutto diventa verde, come il lenzuolo che la vicina stava stendendo, prima.

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