Terza frazione

Da quella posizione era sempre difficile vedere bene. Si ascoltava perlopiù.

Quelli alla partenza di solito erano nervosi e avevano enormi cosce. Si colpivano i quadricipiti, si prendevano a schiaffi.  Saltellavano ripetutamente sul posto.

La prima frazione di una staffetta è un posto pieno di esagitati, a pensarci bene.

Al primo cambio, meno di cento metri dopo, alla fine della prima curva, c’erano quelli alti. Di solito quelli che dovevano garantire tenuta e allungo. Forse non veri protagonisti, ma in ogni caso fondamentali. Ed è per questo che al primo cambio sembrava sempre di essere in parrocchia. Avete presente? Un posto tranquillo dove tutti sono consapevoli di essere gli eletti.

Al secondo cambio c’eravamo noi. Quelli che dovevano correre in curva e partire lanciati. Bisognava saper usare le ginocchia e aiutarsi con le braccia. Un po’ come portare i secchi d’acqua nei cantieri, insomma.

Al terzo cambio c’erano loro, quelli forti. Quelli a cui non dovevi fare altro che portare il testimone che tanto poi ci avrebbero pensato loro a correre sotto la tribuna, a recuperare posizioni, a chiudere la gara in elegante souplesse.

Le gare di staffetta duravano meno di un minuto. Si correvano sempre verso sera, al tramonto. Spesso era estate. Nel pomeriggio magari avevi corso la tua gara individuale, poteva essere andata bene o andata male. Potevi essere ancora eccitato oppure deluso. Nella mia personale galleria di ricordi di copertura, al colpo dello starter probabilmente si alzavano in volo delle colombe bianche, mentre tutt’intorno la folla all’improvviso tornava a vociare dopo essersi fatta muta, alla partenza. Più probabilmente, si sentiva il fischio di un treno: le piste di atletica spesso sono vicine ai binari della ferrovia.

Osservavi il primo cambio con un atteggiamento ancora distaccato e poi ti mettevi giù, pronto a partire. Li sentivi arrivare, prima ancora di vederli. Mi piaceva continuare a guardare avanti fino all’ultimo, fidandomi solo dei rumori e della sensazione dello spostamento d’aria, a volte persino di un minimo cambiamento nella luce. Mi piaceva giocare a fare l’esperto, anche se in fondo ero solo un ragazzino biondo un po’ presuntuoso.

Alla fine, ma solo davvero alla fine, ruotavo la testa per guardare il mio compagno in arrivo. Fissavo il punto segnato con il nastro o il gesso colorato sulla pista, quel punto che una volta raggiunto dal suo piede mi avrebbe fatto scattare in avanti.

Poi partivo: era come se un muro di tempo e vita si abbattesse sulle mie spalle. Ogni volta mi restavano addosso piccoli segni. Il rumore dei chiodi delle scarpe sulla pista, il fruscio degli avversari che ti volavano accanto, gli sbuffi di respiro esplosivi pieni di tensione e fatica anticipata.

Sentivo l’urlo del mio compagno, tendevo la mano dietro di me: il testimone di alluminio nel palmo era leggero e freddo. Lo stringevo forte, a volte lo sistemavo meglio per non perderlo, anche questo un gesto da atleta esperto.

Poi scendeva il silenzio.

Mi risvegliavo qualche minuto dopo, quando le scarpe chiodate iniziavamo a farmi male.

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1 comment so far

  1. Paolo Moretto on

    Senza fiato… 🙂 Grazie Marco


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