Elogio del controsoffitto

L’altro giorno ero in una sala d’attesa di uno studio medico. Provo sempre fastidio quando devo aspettare, forse perché lì ho tempo di pensare. Difficile, l’ho già detto: io ho scarsa capacità di pensiero strutturato. Più probabilmente sono infastidito dalla parcella che sento di dover pagare di lì a poco. Chi lo sa.

In ogni caso ho sollevato la testa e ho preso ad osservare il controsoffitto. Sono interessantissimi i controsoffitti. Regolari, geometrici. Spesso adornati di belle luci alogene. Quel materiale vagamente poroso fa nascere il desiderio di toccare i pannelli con il dorso della mano, come quando accarezzavi la guancia della ragazza così tanto amata.

Così ho pensato a come siano importanti i controsoffitti. Nascondono, organizzano, razionalizzano. Uno alza lo sguardo e li vede lì, inerti, ignari di quanto accade sotto di loro. La gente lavora sotto i controsoffitti, la gente parla, vive. La gente muore. Loro son sempre lì, silenziosi e quadrati. Certo, ogni tanto uno dei pannelli è forse un po’ più ingiallito degli altri, un altro ha una macchia scura nell’angolo, come di caffè versato accidentalmente nelle mattine piene di sonno. Ma si tende a non farci caso: più facile è pensare a quei pannelli come ai pezzi di un puzzle inutile, regalo di Natale inaspettato al cuore.

I controsoffitti di casa mia, per esempio: anche lì fanno il loro dovere. Nascondono i calcinacci delle vite precedenti che hanno abitato la casa, celano lunghi metraggi di inutili tubazioni, mettono un volto borghese ed economico alle illusioni che gli inquilini hanno avuto la presunzione di farsi venire, ristrutturando. Ma loro restano lì, anno dopo anno. Poi la casa si venderà, i nuovi proprietari vorranno cambiare, bisognerà demolire. E allora, ma solo allora e per un breve periodo, appariranno le crepe che gli inquilini avevano voluto nascondere sotto quelle superfici non naturali, piene di fibre cancerogene. Fittizie.

In fondo, male che vada, ci faremo tenere da parte un pannello dai muratori, da conservare come se fosse la foto con la faccia di chissà chi altro.

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