Archive for the ‘Uncategorized’ Category

All art has been contemporary

Sto guidando tra le colline, al mattino, quando sento la voce impastata di droga di Neil Young biascicare: “Questa è una canzone tutta nuova, spero vi piaccia”. E parte A man needs a maid.

Così mi è venuto da pensare che tutte le canzoni sono state nuove prima di diventare qualcos’altro. Ho pensato alla loro leggerezza, prima che ognuno di noi le caricasse di significati che non hanno, che pensassimo che fossero state scritte proprio per NOI.

Ho pensato alle illusioni che ci permettono di costruire, a quelle frasi alle quali attribuiamo un valore assoluto e che invece vogliono semplicemente chiudere una strofa in modo adeguato alla musica.

Perché lo sanno tutti, la musica arriva prima.

All art has been

Are you ready to be Springbroken?

Quante primavere ci possono essere in un giorno di primavera?

Quella di tuo padre che scende in ascensore con te, il braccio teso appoggiato contro la parete, il respiro leggermente pesante, la luce che viene e va, a ogni passaggio al piano. Tu hai in mano un pallone, di quelli che volano via sul tetto di un garage.

Quella di un bambino, che aspetta ordinato lo scuolabus sulle colline, al mattino. Uno zaino enorme al fianco e lo sguardo rapito e storto verso il cielo, a guardare uno stormo di uccelli nerissimi che oscilla impazzito.

Quella di quattro anziani turisti stranieri al bar, gli occhi azzurri umidi e una lingua che pare ribollire sorda nelle rare parole. Mangiano piano, all’improvviso uno di loro dice una cosa e allora tutti ridono: gli occhi si accendono, saettano. Sono di nuovo quattro ragazzi che passeggiano una notte d’estate verso il ballo del paese.

Quella della donna che cammina nervosa con il suo cane. Parla rapida al telefono. Parla di lui, di allora e di poi, di menzogne e solitudini.

Quella di una ragazza su una barca, ferma in mezzo al fiume. Si sistema la coda di cavallo e beve un sorso d’acqua prima di ripartire.

C’è molta acqua fra noi.

Ci sono stati libri da mettere sugli scaffali.

Piccoli pani caldi di forno. E vino buono.

E primavere.

[ad] averlo saputo >

sarei stato più attento. E invece, sempre con la testa su, [bella] alta, a guardare dove si sarebbe arrivati, verso ciò che ci sarebbe toccato in sorte. [ad] averlo saputo, avrei tenuto gli occhi in basso, sulle crepe dell’asfalto – nuove, ogni giorno -, sui ciottoli arrotondati di certi quartieri antichi, sui ciuffi d’erba che spuntano dai marciapiedi di città. [ad] averlo saputo, avrei dato più valore alla strada. Avrei avuto cura del percorso e non dell’arrivo, avrei seguito tracce su sentieri di montagna e non alzato lo sguardo verso i balconi, sulla via. Avrei scordato di arrivare, avrei fatto tardi, avrei smarrito la via. Avrei dato meno importanza a quello che era stato e a quello che avrebbe potuto essere. Ma non lo sapevo, che ci posso fare? Voi – per esempio – lo sapevate?

Poi, un giorno, sono inciampato, mi sono sbucciato i palmi delle mani e le ginocchia e sono rimasto giù, stordito, quasi offeso, come quei pugili che sembrano non credere che sia toccato a loro e scuotono la testa, non per riprendersi dal colpo ma per scacciare un brutto pensiero, una sorpresa cattiva. È così che [forse] me ne sono accorto [in tempo]: scorgendo la trama scritta da mobili economici su un vecchio pavimento di legno, su un tappeto così consumato da resistere indifferente alle mie scarpe infangate.

Così mi sono alzato, perché tocca farlo, perché non è che si può stare lì sempre a guardare da una parte e dall’altra prima di attraversare la strada.

Mi sono alzato, ma non facciamola così lunga, lo fanno tutti. Anche perché adesso devo andare, sta facendo buio e io voglio vedere bene dove metto i piedi.

Elogio del controsoffitto

L’altro giorno ero in una sala d’attesa di uno studio medico. Provo sempre fastidio quando devo aspettare, forse perché lì ho tempo di pensare. Difficile, l’ho già detto: io ho scarsa capacità di pensiero strutturato. Più probabilmente sono infastidito dalla parcella che sento di dover pagare di lì a poco. Chi lo sa.

In ogni caso ho sollevato la testa e ho preso ad osservare il controsoffitto. Sono interessantissimi i controsoffitti. Regolari, geometrici. Spesso adornati di belle luci alogene. Quel materiale vagamente poroso fa nascere il desiderio di toccare i pannelli con il dorso della mano, come quando accarezzavi la guancia della ragazza così tanto amata.

Così ho pensato a come siano importanti i controsoffitti. Nascondono, organizzano, razionalizzano. Uno alza lo sguardo e li vede lì, inerti, ignari di quanto accade sotto di loro. La gente lavora sotto i controsoffitti, la gente parla, vive. La gente muore. Loro son sempre lì, silenziosi e quadrati. Certo, ogni tanto uno dei pannelli è forse un po’ più ingiallito degli altri, un altro ha una macchia scura nell’angolo, come di caffè versato accidentalmente nelle mattine piene di sonno. Ma si tende a non farci caso: più facile è pensare a quei pannelli come ai pezzi di un puzzle inutile, regalo di Natale inaspettato al cuore.

I controsoffitti di casa mia, per esempio: anche lì fanno il loro dovere. Nascondono i calcinacci delle vite precedenti che hanno abitato la casa, celano lunghi metraggi di inutili tubazioni, mettono un volto borghese ed economico alle illusioni che gli inquilini hanno avuto la presunzione di farsi venire, ristrutturando. Ma loro restano lì, anno dopo anno. Poi la casa si venderà, i nuovi proprietari vorranno cambiare, bisognerà demolire. E allora, ma solo allora e per un breve periodo, appariranno le crepe che gli inquilini avevano voluto nascondere sotto quelle superfici non naturali, piene di fibre cancerogene. Fittizie.

In fondo, male che vada, ci faremo tenere da parte un pannello dai muratori, da conservare come se fosse la foto con la faccia di chissà chi altro.

In principio era l’avverbio

C’è una cosa che mi piacerebbe saper fare. Stare zitto al momento giusto. Parlare poco. Adombrare di silenzi la mia misteriosa presenza nel mondo. E invece parlo troppo, parlo male, parlo a vanvera. Sempre un po’ fuori tempo.

Ma se è vero che in questo nuovo mondo ciò che conta è saper apprendere per sopravvivere – ecco – allora cercherò di imparare a stare zitto, nascondendo così la pochezza dei miei pensieri.

Praticherò una misurata assenza dal mondo. E soprattutto da me stesso.

Forse mi limiterò a semplici esclamazioni, possibilmente monosillabiche, che prevedano l’obbligatoria presenza della lettera H.

Vabbeh

Esercizi di stile, II – Non si ricordò

“Stabilito che cosa Anders ricordò, occorre forse notare tutto quello che invece non ricordò” – Una pallottola nel cervello – Tobias Wolff

Non si ricordò di un’estate abbandonata in una pianura arsa d’ammoniaca, mentre vagava da un negozio all’altro, con una valigia piena di assurdità. Non si ricordò del suo secondo amore – perché il primo eccome se lo ricordava – e del mistero assoluto che si agitava sotto il suo maglione blu. E neppure ricordò una strada, da qualche parte in un paese sconosciuto dove tutti erano biondi, alti e distanti, in cui si era fermato e si era messo a piangere. Non ne ricordò il motivo. Non si ricordò delle magliette tutte nere che teneva rigorosamente impilate nell’armadio. E neppure di una cicatrice che vedeva ogni giorno sul viso. Non si ricordò del rumore rugginoso e ansante degli autobus, cinque piani sotto, lungo il viale. Non si ricordò della sua cravatta di lana in un mondo di cravatte di seta. Non si ricordò dell’odore dolciastro di morte del suo cane, un mattino d’inverno. E neppure degli occhi spenti di suo padre. Non si ricordò del tempo sospeso mentre il suo compagno di staffetta gli piombava addosso. O dei vapori che salivano dalla valle, mentre guidava tra le colline. Non si ricordò della lavatrice piena di biancheria ammuffita abbandonata in bagno. Non si ricordò della strada che lo portava a scuola, da bambino. E neppure dei capelli di suo fratello. Dei ridicoli cappotti che gli facevano indossare. Non si ricordò di quando non aveva il coraggio di entrare in un’aula. Non si ricordò di una fetta di torta alle nocciole, all’inizio di un viaggio lunghissimo. Addirittura fino ad Asti.

Float like a butterfly, sting like a bee

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L’altra sera stavo guardando un documentario su Cassius Clay. Si concentrava sulla sua grandezza, sulle sue capacità tecniche, sugli aspetti più istrionici del suo carattere. C’erano filmati in un bianco e nero sgranato, strane fotografie da luna park, bizzarre conferenze stampa, stadi sperduti in mezzo al nullla, nella notte africana.

Immagini grandiose di un’epoca che non esiste più.

Poi è arrivato il momento in cui si raccontava delle sue (poche) sconfitte. Lui, il più grande, era al tappeto, sul ring. Lo sguardo opaco, confuso, lontano. La bocca aperta, le braccia abbandonate a se stesse.

Allora ho pensato a come sia facile danzare leggeri quando si vince, con quello sguardo irriverente e quelle parole audaci che solo la vittoria ti sa dare.

Quando sei lì, in terra, le cose cambiano prospettiva. A volte ti rimetti in piedi e ricominci a vincere, altre volte non ti rialzi più.

A pensarci bene – a volte – hai solo un gran mal di testa.

Esercizi di stile, I – Il tram

Il tram dei bambini che gli corrono dietro sollevando la polvere

Il tram che sopra ci trovi uomini in canottiera

Il tram dove altri uomini si sporgono, spavaldi e stempiati

Il tram con i pantaloni corti e gli occhiali dorati

Il tram che ci incontri le sartine, la domenica

Il tram che spinge tutti in avanti, in salita

Il tram che passa sempre davanti a una piscina

Il tram che le colline le vedi lontane di là dal fiume

Il tram che finisce in un bosco

Il tram che in fondo al viale ti abbaglia, anche d’inverno

Il tram che non ha numero, ma una lettera, a saperla leggere

Il tram che non ha bisogno di fare curve, in una città a righe

Il tram che una curva però potrebbe pure farla, dopo tutte queste righe

Il tram che i biglietti si riempiono di stelline nelle mani di uomini enormi

Il tram che tanto poi prendi quello dopo, per restare lì ad aspettare

Il tram che mi sa che vado a piedi.

Premesso che ho molti amici commercialisti

Avrei dovuto fare il commercialista.

La mattina mi sarei svegliato lentamente, l’odore del caffè tra i mobili antichi, la piccola tazzina sorbita in piedi, nella grande cucina ultramoderna, lucida di alluminio e respiri.

Avrei aperto la cabina armadio: una camicia tra mille – tutte chiare, tutte eleganti – con le sigle ricamate in basso.

Forse avrei bofonchiato un po’ per via di quei chili di troppo messi su in questi ultimi tempi. Colpa del lavoro, accidenti. E pensare che una volta avevo un così bel fisico, dovrei proprio ricominciare ad andare al circolo. Un paio di set con l’avvocato non potrebbero che farmi del bene.

Una bella giacca scura, la cravatta sempre adeguata nei colori e nelle fantasie.

Sarei uscito con passo calmo, salutando educatamente la custode.

Camminando, stringo la piccola mano calda di Valentina, figlia avuta un po’ tardivamente, tanto che persino mia madre aveva perso la speranza.

Irina è di qualche anno più giovane – va bene, forse un po’ vistosa – ma è tanto una cara ragazza. L’ho conosciuta da quel cliente di cui non ricordo più il nome, quello che aveva sette negozi di abbigliamento, una discoteca in Bulgaria e quel fuoribordo ormeggiato a Laigueglia.

Avrei accompagnato la bambina a scuola chiacchierando delle piccole cose di cui si parla con una bambina, al mattino.

Avrei comprato i soliti quotidiani, premurosamente preparati da Antonio, l’edicolante.

Un ultimo caffè. Un bar elegante, dove tutti mi conoscono e mi salutano. Avrei mormorato parole di convenienza con la cassiera, una bella signora dagli occhi chiari e quel bel personale, lì davanti.

Avrei attraversato la strada guardando con cura a destra e a sinistra.

Dato un’occhiata alle vetrine dei negozi.

Forse, avrei persino comprato dei fiori al mercato.

Accidenti, ho dimenticato le chiavi dell’ufficio.

Terza frazione

Da quella posizione era sempre difficile vedere bene. Si ascoltava perlopiù.

Quelli alla partenza di solito erano nervosi e avevano enormi cosce. Si colpivano i quadricipiti, si prendevano a schiaffi.  Saltellavano ripetutamente sul posto.

La prima frazione di una staffetta è un posto pieno di esagitati, a pensarci bene.

Al primo cambio, meno di cento metri dopo, alla fine della prima curva, c’erano quelli alti. Di solito quelli che dovevano garantire tenuta e allungo. Forse non veri protagonisti, ma in ogni caso fondamentali. Ed è per questo che al primo cambio sembrava sempre di essere in parrocchia. Avete presente? Un posto tranquillo dove tutti sono consapevoli di essere gli eletti.

Al secondo cambio c’eravamo noi. Quelli che dovevano correre in curva e partire lanciati. Bisognava saper usare le ginocchia e aiutarsi con le braccia. Un po’ come portare i secchi d’acqua nei cantieri, insomma.

Al terzo cambio c’erano loro, quelli forti. Quelli a cui non dovevi fare altro che portare il testimone che tanto poi ci avrebbero pensato loro a correre sotto la tribuna, a recuperare posizioni, a chiudere la gara in elegante souplesse.

Le gare di staffetta duravano meno di un minuto. Si correvano sempre verso sera, al tramonto. Spesso era estate. Nel pomeriggio magari avevi corso la tua gara individuale, poteva essere andata bene o andata male. Potevi essere ancora eccitato oppure deluso. Nella mia personale galleria di ricordi di copertura, al colpo dello starter probabilmente si alzavano in volo delle colombe bianche, mentre tutt’intorno la folla all’improvviso tornava a vociare dopo essersi fatta muta, alla partenza. Più probabilmente, si sentiva il fischio di un treno: le piste di atletica spesso sono vicine ai binari della ferrovia.

Osservavi il primo cambio con un atteggiamento ancora distaccato e poi ti mettevi giù, pronto a partire. Li sentivi arrivare, prima ancora di vederli. Mi piaceva continuare a guardare avanti fino all’ultimo, fidandomi solo dei rumori e della sensazione dello spostamento d’aria, a volte persino di un minimo cambiamento nella luce. Mi piaceva giocare a fare l’esperto, anche se in fondo ero solo un ragazzino biondo un po’ presuntuoso.

Alla fine, ma solo davvero alla fine, ruotavo la testa per guardare il mio compagno in arrivo. Fissavo il punto segnato con il nastro o il gesso colorato sulla pista, quel punto che una volta raggiunto dal suo piede mi avrebbe fatto scattare in avanti.

Poi partivo: era come se un muro di tempo e vita si abbattesse sulle mie spalle. Ogni volta mi restavano addosso piccoli segni. Il rumore dei chiodi delle scarpe sulla pista, il fruscio degli avversari che ti volavano accanto, gli sbuffi di respiro esplosivi pieni di tensione e fatica anticipata.

Sentivo l’urlo del mio compagno, tendevo la mano dietro di me: il testimone di alluminio nel palmo era leggero e freddo. Lo stringevo forte, a volte lo sistemavo meglio per non perderlo, anche questo un gesto da atleta esperto.

Poi scendeva il silenzio.

Mi risvegliavo qualche minuto dopo, quando le scarpe chiodate iniziavamo a farmi male.

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