The look of love

Si avviò verso l’hotel che si intravedeva in fondo al viale, sulla sinistra. Era tutto diverso dall’ultima volta che era stato lì, i lavori avevano sventrato la piazza, ora un marmo accecante sembrava essersi impadronito di tutto lo spazio. Le transenne lo guidarono verso l’ingresso: lungo quel passaggio angusto un soffio d’aria gelida si infilò sotto l’abito troppo leggero. Rabbrividì, accelerando il passo: entrò quasi correndo nella hall dell’albergo.

Nell’ascensore, la musica si sentiva appena. “Burt Bacharach” pensò, mentre premeva il pulsante del settimo piano. Gli venne in mente una canzone che parlava di gocce di pioggia, un film western un po’ strano, due uomini bellissimi e una bicicletta. Aveva visto quel film a casa di una ragazza. Aveva 14 anni e un’insana passione per il cachemire. Più precisamente, tutto ciò gli venne in mente fra il terzo e il quarto piano; quando il pulsante del settimo piano si accese stava osservandosi le scarpe. Come al solito, non erano abbinate al vestito e si stagliavano sulla moquette scura dell’ascensore. Due gusci di tartaruga su una spiaggia bagnata.

Si sistemò nella stanza, diede un’occhiata al programma dei colloqui. Si sedette alla scrivania, provò la resistenza della poltrona, ne regolò l’altezza. Aprì la borsa, prese le penne, i moduli da far compilare, il dossier di presentazione dell’azienda e piazzò ordinatamente tutto davanti a sé. Si mise ad aspettare.

Passò un po’ di tempo: il primo candidato era in ritardo. Ripassò mentalmente le brevi istruzioni che avrebbe dovuto dargli, provò – con un fugace imbarazzo – a dirle ad alta voce. Il tono doveva essere serioso, secco, professionale. Così gli era stato detto di fare, così avrebbe fatto. Una cosa però tornava regolarmente tra i suoi pensieri, anche in quel preciso istante: continuava a chiedersi che cosa c’entrasse la selezione dei venditori di cosmetici con la dissoluzione dello stato carolingio nell’alto medioevo che solo qualche mese prima lo aveva tenuto sveglio fino a tardi, lui che di solito alle dieci crollava. Forse, a tenerlo sveglio, era la sua silenziosa ragazza bruna, che a un certo punto aveva smesso di parlare con lui.

Adesso non c’erano più né Carlo Magno, né la sua bellissima fidanzata.

Adesso era lì, in quel lussuoso albergo di una città di mare. Aveva un compito – anzi – una “mission”, come gli era stato detto. Adesso era lì e aspettava.

Squillò il telefono. Il sig. x, il candidato delle 9.15, aveva disdetto l’appuntamento.

Si alzò e andò alla finestra: il vento era aumentato, giù in basso, vecchi manifesti a brandelli presero ad agitarsi nell’aria fredda che saliva dal mare; sulla piazza, le lame delle bandiere sembravano frustare le colline.

Pazienza” si disse giocherellando con una matita “Aspetterò”.

Ricordi di copertura, I

La vicina stendeva la biancheria in cortile. A quel tempi, si diceva cortile, non giardino. Aveva un cane da caccia, marrone scuro, con un’aria vagamente baffuta. Io gironzolavo spesso da quelle parti, in bicicletta oppure in mutande. Con il pallone in mano e la maglia della Juve. Quella di Chinesinho, che aveva il numero arancione dietro. Il giorno non lo ricordo, ma era l’estate del 1968 e i Pink Floyd non li conoscevo ancora. C’è anche una foto di quel giorno, scattata poche ore prima che tutto ciò accadesse.

La vicina era alle prese con un grande lenzuolo verde e io le stavo fra i piedi.  Avevo qualcosa in mano: mia madre sostiene che fosse una coscia di pollo. Piuttosto improbabile, era tardo pomeriggio e lei era in vacanza da qualche altra parte. Io propendo per un gelato, o almeno per la cialda di un gelato. Il cane è lì vicino, mi annusa, fa per allungare il muso verso la mia mano. Io faccio un movimento improvviso, nel tentativo di scartare ipotetici avversari appesi ai fili della biancheria.

Il cane impazzisce, mi agguanta, mi getta a terra. Sento soltanto un gran rumore. E poi un sapore di polvere. Qualcosa, qualcuno mi strappa via e inizia a correre sulla salita che portava in paese. Vedo passare giovani alberi a intervalli regolari. C’è puzza di pesce, arriva da una fabbrica lì vicino.

Poi tutto diventa verde, come il lenzuolo che la vicina stava stendendo, prima.

Le cose che auguro a me

Quello che mi auguro per quest’anno che arriva è di riuscire a toccare la terra con le mani;

di avere un piccolo specchio per avere una luce riflessa sul giorno;

di non avere più paura degli esami del sangue;

di riuscire a vedere una cosa nuova, una cosa bella e una cosa giusta al giorno;

di imparare una cosa nuova, di riscoprire una cosa nota, di dimenticare una cosa conosciuta;

di trovare il tempo per essere normale;

di sorprendere le persone che pensano che io sia sempre lo stesso;

di indossare abiti più colorati;

di cambiare taglio di capelli;

di trovare nuove passioni;

di riscoprirne di antiche;

di capire che cosa è accaduto;

di diventare più esigente, ma con gli altri;

di danzare come una libellula e pungere come un’ape (cit.);

di lasciar andare, se sarà necessario farlo;

di godere dei viaggi che arriveranno;

di accettarmi un po’;

di essere in cima a una montagna, una sera della prossima estate;

Ma soprattutto

mi auguro di darci un taglio con tutta ‘sta filosofia.

Ché non se ne può più davvero.

La catarsi della baita (american version)

Fateci caso.

Che stiate guardando un film zeppo di grandi attori holywoodiani, di quelli che hanno fatto la storia del cinema, oppure che siate arrivati alla fine dell’ennesimo grande romanzo americano oppure ancora che siate avvinti alla serie tv più di tendenza del momento, di quelle che scatenano dibattiti e gruppi di visione su Internet. Fateci caso: arriva sempre il momento della catarsi nello chalet. Nel lodge o nel cabin, nel vecchio rudere nascosto fra le sequoie, possibilmente in riva a un grande lago dorato. Nella baita, insomma.

Di solito è lui che con una macchina a nolo risale strade umide piene di saliscendi. Il tergicristallo apre uno squarcio nella pioggia. Il clima è per lo più piovoso – no, ha appena smesso di piovere – e se si intravvede la possibilità di un lieto fine, appare anche una luce calda, ancora incerta ma piena di promesse.

Lei è lì, seduta nel patio con una tazza di te in mano, magari su un vecchio dondolo oppure sui gradini di legno. La casa è di legno, ovviamente, fatta di tronchi. C’è sempre molto legno nella catarsi americana. Di solito la casa è il luogo dove è iniziato tutto, oppure dove è iniziata la fine di tutto, oppure ancora è dove sono stati concepiti figli perduti, rapiti nei supermercati o presi a colpi di carabina, in una scuola elementare, di quelle con le sedie basse e i disegni appesi alle pareti.

Lui scende dalla macchina. Non si parlano, più che altro passano il tempo a guardare lontano, tra gli alberi. Prima a destra, poi a sinistra, forse per dissimulare dolore, rimpianto, speranza, gioia. O forse no. In realtà, le cose che vorrebbero dirsi le dicono agli alberi, alla luce che si riflette sul lago, ai piccoli uccelli dai nomi impronunciabili che li osservano curiosi dai rami.

Si guardano e i loro occhi dicono cose che non ci sono nel testo o nel copione.

Poi – ma questo è il grande sogno americano – arriva sempre un caminetto acceso e un vecchio plaid a quadretti.

E lei, ha sempre le efelidi sulle spalle.

La neve non bagna i Labrador

Doris

Una volta avevo un cane. Un bellissimo cane. Era una ragazza e all’inizio non la volevo. Ma questo è abbastanza normale per me.

Era bionda e intelligente.

Quando dormiva sospirava pesantemente – io ero convinto che fosse per il puro piacere di dormire – e adoravo che lo facesse. La sentivo quando ero seduto alla scrivania, la sapevo di là, coricata su un tappeto o su un divano. Lei sospirava e io sorridevo.

Sapeva di vaniglia, lì sulla sommità della testa, tra quegli occhi scuri così belli, un po’ come i neonati quando te li mettono in braccio per la prima volta.

Adorava correre sotto la neve. Quello che mi ha sempre colpito era la sua totale indifferenza alla neve che le cadeva sul pelo. Quella neve la bagnava ma anche no. Lei non la sentiva, lei correva, andava lontano poi a un certo punto si bloccava, alzava la testa e mi cercava. Allora io davo una voce e lei tornava verso di me. Arrivava veloce e si metteva al mio fianco, prendendo il mio passo. Restando indifferente alla neve che a piccoli cristalli ghiacciati decorava il suo mantello.

Qualche tempo fa ho pensato che vorrei essere anche io indifferente alla neve che ti scende sulle spalle. Ho pensato a come in fondo sia importante continuare a correre, indifferenti a quello che ti colpisce.

Solo che poi, qualche volta, ci vorrebbe qualcuno a darti una voce.

waiting for the blackout

Dicono che il primo post di un blog sia quello in cui occorra fare una dichiarazione di intenti. Una presentazione dei temi che saranno trattati, aggiungendo magari anche qualche cenno sull’autore dei post. Due parole di introduzione, insomma.

Si deve – dicunt – spiegare perché si è scelto di dedicarsi a questa sorta di onanismo paraletterario.

Mi accorgo ora, dopo oltre tre anni e dopo una lunga pausa in cui ho vissuto una vita peggiore di quella che pensavo avrei vissuto, di non averlo mai scritto questo fatidico primo post. Non ho mai spiegato di cosa volevo parlare. E non ho nemmeno mai spiegato il titolo.

Ecco, il titolo.

Io penso che la vita sia un’attesa. L’attesa che arrivi un blackout, appunto.

Ma attendere non è quella cosa triste e disperata, piena di dolente passività che normalmente si immagina. Certo, l’attesa è the hardest part, come diceva un ragazzo biondo che ascoltavo qualche anno fa, ma è anche il momento in cui si VIVE. La vita è attendere di crescere, di diventare, di fare, di cambiare.

Perché c’è sempre un blackout da aspettare. Può appartenere ai ricordi, ai sentimenti, alle emozioni, alla vita quotidiana. O a te stesso. E allora l’attesa diventa la parte migliore, quella dove devi essere vigile e ricordare le cose degne di essere ricordate, scrivere di persone e momenti per salvarli dal blackout, appunto.

Aspettare diventa così un esercizio di rigore, di attenzione. Di rispetto per quello che hai vissuto e che stai vivendo. E per quello che stanno vivendo gli altri.

Aspettare diventa azione. E mai azione fu così meravigliosamente stancante.

E quando arriverà il blackout – perché arriva sempre, eh – avrai con te un piccolo zaino pieno di cose ricordate e vissute. E scritte. Ti sentirai meno solo se saprai di aver messo da parte le cose migliori che hai visto intorno a te.

Il buio ti sembrerà meno scuro.

E forse riuscirai a vedere meglio la piccola luce di sicurezza che c’è sempre in fondo a ogni blackout.

Beh – certo – dovrai sempre fare attenzione agli stipiti delle porte. Anche loro son lì che aspettano.

Follow the red line

Soffia un’aria gelida, sulla pista dell’aeroporto. Lei sta lì, quieta, mentre il vento del nord le solleva la pesante giacca impermeabile che nasconde le sue forme. Si intuisce una figura alta e magra. Non esile. No, lei è una di quelle ragazze che invecchiando diventano magari più piene, senza perdere l’eleganza degli anni giovanili. I capelli biondi volano leggeri tutt’attorno.  Il vento cade all’improvviso, una ciocca si adagia sul suo labbro appena definito. Lei – paziente – la riprende e l’accompagna di nuovo al suo posto, dietro l’orecchio. Un gesto semplice, quasi dimesso. Le piccole dita ruotano rapide. La pelle delle mani è chiara, quasi trasparente, gli occhi sono azzurri, o forse celesti, verrebbe da dire. Una voce gracchiante sembra distrarla: avvicina il walkie talkie all’orecchio, nella sua piccola mano delicata quell’oggetto sembra enorme. Sorride, forse qualcuno alla radio le ha detto una cosa spiritosa, oppure una cosa galante, capita, talvolta i ragazzi ci provano a essere gentili con lei. Annuisce e risponde. Sempre sorridente, alla base della scaletta mi fa segno di salire. Ma non mi vede. Forse guarda la pioggia.

Finale alla francese

Avete presente i film francesi? C’è sempre una ragazza. Bella, ardente e appassionata, di solito con due tette strepitose. Ok, forse lei sarà anche un po’ inquieta, perché conduce una vita piena di cose belle e di cose brutte, una vita normale. Ma c’è qualcosa che la rende infelice: non è chiaro che cosa sia, e forse nemmeno il film saprà raccontarlo.

Poi c’è sempre un marito. Il classico bravo ragazzo: belloccio, ma non strepitoso. Sguardo sincero, aperto, maglioni girocollo grigi, jeans scoloriti. Al mattino le prepara il caffè e poi scompare da qualche parte, in un altro pezzo di film. Ma la storia va avanti e lui riappare la sera, quando torna con il pane, il formaggio e il latte comprati al negozietto, giù in paese. Giusto, dimenticavo: la coppia vive sempre in una vecchia casa poco fuori l’abitato. Una casa di decadente bellezza, con un giardino vagamente trascurato.

Poi accade che lei – la ragazza – si innamori di un tipo con la barba incolta.  Uno straniero, meglio ancora se profugo, magari con un passato misterioso e qualcosa da nascondere. Uno di quelli maledetti, che appena svegli versano il cognac nella tazzina del caffè lasciata sul tavolo la sera precedente. Quelli che indossano cappotti sgualciti e che si lavano poco. Perché, lo sanno tutti, i maudits devono puzzare.

A un certo punto, c’è la scena di sesso fra la ragazza e il puzzone fascinoso. Girata in presa diretta, c’è un silenzio così forte che si sente il rumore della macchina da presa. Lui la avvinghia, le alza il soffice maglione a collo alto, la possiede in una stanza vuota. Chissà perché le case nei film francesi sono piene di stanze vuote. Fanno le cose in fretta e dopo si accasciano esausti sul pavimento in legno grezzo. Nella casa, le porte sono dipinte con più strati di spessa vernice bianca. La casa è piena di libri. Fuori si sentono i gabbiani e il cielo è un tumulto. Chissà perché ci sono sempre i gabbiani quando due persone scopano. Almeno nei film francesi, intendo.

Intanto il marito vive ignaro la sua vita. Ha un lavoro, ma in realtà coltiva un segreto. Fa il geometra, ma sogna di costruire velieri.

Quando la sera si incontrano, lei ha lo sguardo lontano e spesso rifiuta le sue avances. Lui chiede, fa domande, ma alla fine si accontenta dei suoi silenzi. Non si abbatte: si limita a salire in soffitta a riordinare fotografie o si mette a sistemare l’impianto elettrico.

Non si sa mai come va a finire il film. Il finale è aperto, verrebbe da dire.

Una cosa è certa, il marito scompare sempre dalla sceneggiatura.

Lo si ritrova solo nei titoli di coda.

Balconi

Siamo stati tutti su un balcone a farci fotografare, da piccoli.

Il primo giorno di scuola, con il grembiule e la cartella di cuoio rossa. A Carnevale, vestiti da Zorro o da soldato nordista. Con in braccio nostro fratello neonato, viola di sforzi e raggrinzito come una pagnotta.

Ci siamo stati volentieri, oppure sbuffando in quel modo che ha sempre fatto dire alle mamme: “Eri terribile” oppure “Mai una volta che tu venga bene in fotografia”.

Su quei balconi i pavimenti erano di graniglia colorata, prevaleva il marron; le ringhiere rugginose, di tubi di ferro rotondi, con le saldature così evidenti da sembrare mastice applicato senza cura. In basso c’erano poche auto parcheggiate, da lassù la via sembrava così larga, così infinita. E se sotto casa passava anche un autobus o un tram, avevamo paura che il balcone crollasse, ogni volta che ne passava uno.

Oggi sono andato sul balcone. Mi sono messo lì, come per farmi fotografare di nuovo. Non c’erano fratelli da tenere in braccio, né scuole da iniziare. Il pavimento non era di graniglia ma le piccole mattonelle rosse su cui ho appoggiato i piedi nudi erano calde. C’era l’estate tutt’intorno e facendo attenzione avresti potuto sentire nell’aria la sigla di Tutto il calcio minuto per minuto.

Avevo voglia di un ghiacciolo.

Finger food

Lei è bionda, il calcagno preme spesso e screpolato sui sandali lucidi di vernice. La figura è piena sul davanti, le gambe sono sottili. Gonna turchese e maglietta rosa.

Si avvicina al tavolo della colazione, in quest’albergo davanti al mare. Si guarda attorno incerta: una brioche? Una fetta di pane? Un frutto? Poi decide, sceglie il lato sassone dell’offerta: il prosciutto. Prende un piatto e mi passa alle spalle. Ha un profumo intenso sotto il quale si percepisce l’odore forte di sudore.

Afferra le fette con le mani, una a una. Le guarda in controluce, le rigira, quasi fossero dei collant di cui deve stabilire la velatura. Adesso torna al tavolo – da Lui – barba lunga e occhiali da sole. Sulla t-shirt Baci e Abbracci posso scorgere da qui piccole scaglie di forfora. Beve solo un caffè, naturalmente, per poi correre a fumare una sigaretta al cesso, appoggiandola ogni tanto sullo sciacquone.

La luce inonda la sala, ci siamo solo io e loro due. Lui non parla e guarda fuori. Lei mangia il suo prosciutto, con le mani.

Forse potrei mangiare i miei corn flakes con le mani, con la ciotola vicino al mento, travolto da una fame primordiale.

Oppure potrei tossire rumorosamente, ritrovando a fatica il respiro con un sibilo.

Ecco, forse potrei urlare.

Appoggio il cucchiaio al piatto con delicatezza, non vorrei che il rumore coprisse quello del loro silenzio.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: